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Racconti Riduci

MGWC Rimini  -Racconti-

In questa sezione raccogliamo i racconti di coloro che, soci e non, hanno qualcosa da raccontare.

I racconti possono essere inviati ad uno qualsiasi degli indirizzi alla pagina "Contatti"

..Iniziamo con il racconto del viaggio alle isole Lofoten (Norvegia) del nostro socio Mauro.

 

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AUGURI RUBEN!!! Riduci

Da parte del nostro amico e socio Ruben:
Ciao Angelo,
sono Ruben: spero ti ricordi di me, cosi solo con il nome....Ho avuto un incidente con la mia V11 a Giugno ed ancora ci sono dietro e hai voglia quanto ci vorrà!,Però va meglio: sto riprendendo pian piano senza fretta (anche se ti\vi dico la verità: mi sto rompendo perchè sono sempre nel letto, solo nel letto). Colgo l'occasione per salutare e ringraziare tutti tutti. sò che molti hanno chiesto come andava e tramite Momo e la Marika ho ricevuto un pensiero (spettacolo..perfetto!!!) da parte di molti di voi\noi del club.che dire di piu'!!!Ora l'emozione mi chiede di dire basta e di mettermi da una parte perchè...non so!!!!sono molto emotivo, in questo periodo soprattutto!!!scusate ragazzi..

p.s:Se riesci fai girare questa email a noi del Guzzi Club Rimini per favore..Ringrazio molto mia mamma,la mia ragazza LISA,So che mi sono stati davvero vicini e li ho fatti preoccupare tanto. Giacomo e Marika, Cristian Boccacini,e Umberto Ugolini(UGO),che hanno visto la scena dell'incidente e si sono fermati; provo a ricordare ma non ci riesco da un momento in poi ho tutta una nebbia davanti gli occhi e non ricordo: anche se mi dicono di avergli parlato non lo ricordo. Non ricordo neppure chi mi sia venuto a trovare: ho dei flash ma non so neppure se siano reali...scusate ragazzi ora devo proprio scappare è piu' forte di me... Non mi sento, come direbbe Tibo, il dottor Morri ma spero che lo risarò e ce la mettero tutta. ciao ragazzi, ciao

Ruben  

 

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Il viaggio Riduci

motoguz.bmpIl villaggio di( A° )(pron. O) si trova all'estremità sud delle isole Lofoten, di fronte alle coste della Norvegia , ben sopra il circolo polare artico. Dalla finestra della "rorbu" (tipica costruzione in legno dipinta di rosso) osservo il mare cupo di pioggia che muove dolcemente le palafitte della casetta. Il quasi impercettibile dondolio di tutta la struttura trascina ipnoticamente il pensiero verso ponti di pescherecci e baleniere, gelidi venti salati, fiocchi di schiuma strappati alle onde e carni marine sanguinanti tra il legno e il coltello. Del resto ancora oggi nel villaggio esistono decine di graticci con i merluzzi appesi ad essiccare alla gelida aria del nord. Ed inoltre tra le rorbu ve n'è una chiamata nientemeno che " Museo dello stoccafisso" con teste pietrificate dal gelo e dal sale di merluzzi dalla smorfia crudele e selvatica, oltre a quello della pesca (con l'olio di fegato di merluzzo) dove troneggia tristemente una scapola di balena tra arpioni e cannoni. Guardando il mare e le cime aguzze che incombono si ha l'idea di un luogo desolato ed aspro, un po’ da fine del mondo. Se sono arrivato fin qui in sella ad un moderno destriero a due ruote, è anche per cercare l'origine del mito, l'inizio delle storie che narrano di mostri marini orribili, archetipi dei nostri terrori. Salendo in Norvegia si attraversano luoghi strani come il lago di Selijordvatn che vanta la presenza di Selma, creatura acquatica non ben definita e in odore di attrazione turistica. Il primo avvistamento risale al 1750, gli ultimi sono piuttosto frequenti. Perfino un assessore (al turismo?) del paese omonimo sostiene di avere visto una bestia simile ad una enorme lucertola col collo lungo snuotazzare al largo nel lago. L’atmosfera generale del luogo è comunque poco timorosa . Non vi sono predicatori tuonanti e confessionali aperti, per intenderci, ma un grazioso campeggio, un fast-food e un museo dedicato ai serpenti. Famiglie e coppiette condiscono il tutto. Così la strada diventa un’urgenza e l’asfalto veloce sotto le ruote mi trasporta altrove, curva dopo curva, galleria dopo galleria. Piove, sembra novembre anziché giugno, e comincio a notare resti di neve, case più rade e pochissimo traffico. La strada sale, ho fatto una deviazione, la neve aumenta, in compenso ha smesso di piovere ed improvvisamente direi mi trovo tra mura di neve alte 6 metri e l’ occhio che si perde sull’altopiano. Sono sull’Hardangervidda, uno dei più vasti ghiacciai europei. La vista è di quelle che non si scordano. Ovunque si volga lo sguardo, ghiaccio e neve occupano l’altopiano per ben 80 km. Un profilo di monti limita l’orizzonte a nordest e l’enorme vallata è colorata di giada al centro, ad indicare che sebbene non sembri la temperatura è sufficientemente mite per fondere il ghiaccio. Il cielo è di un azzurro incredibile e fermo ad ascoltare il vento mi rendo improvvisamente conto di essere perfettamente solo. Nemmeno i corvi sono presenti. All’improvviso percepisco come si deve sentire la bestia nascosta nell’abisso, sola coi suoi pensieri, attenta a cogliere anche il minimo soffio o sospiro indicatore di un’altra presenza in quel nulla vietato perfino al rumore. Il Leviatano aspetta che la preda ignara del luogo, persa nella maestosità del silenzio, le cada in grembo. Così in basso come in alto, se non sbaglio. L’inquietudine mi attraversa la schiena con un brivido, riparto, via via, l’aria è sottile e tagliente, la strada gelata sembra mi voglia trattenere. Ma la motocicletta è rapida e sicura e dopo aver incrociato con sollievo un’auto, inizio a lasciare neve e ghiaccio ed arrivo in poco tempo all’ inizio del (Vrejnfjord). In lontananza si intravede il mare. "Ecco là il mare grande, vasto, immenso…e il mostro che tu hai creato per scherzare con esso" (Salmi 103,25-26). Ed è il mare che accompagna la vista, che segna la costa tormentandola con profonde ferite, quasi graffi di una gigantesca zampata, i fiordi dai fianchi ripidi solcati da innumerevoli cascate. Il mare, liquido confine terribile che segue la strada verso nord. Perfino i monti sembrano spauriti di fronte ad esso tanto sono irti e scuri. Pare a tratti che la pietra ricordi un volto, lo sguardo gelido e severo di un cuore inumano.Un incontro all’imbarco di un traghetto mi dà l’occasione di sapere che non sono l’unico visionario. Secondo un’antica credenza norvegese esistono esseri mostruosi e giganteschi chiamati "Troll". Sono molto pericolosi e temuti, ma fortunatamente la loro attività è limitata alla notte. Col sorgere del sole si trasformano in monti di pietra. Peccato che così a nord il giorno duri ininterrottamente per i tre mesi estivi e la notte domini i restanti nove…Una leggenda sui trolls riguarda Hestamannen, il cavaliere, che cercò di colpire con una freccia la principessa Lekamoya perché non voleva sposarlo. Il padre della principessa lanciò il proprio cappello per intercettare la freccia e in quell’istante sorse il sole…Ancora oggi si può vedere il cappello forato e pietrificato chiamato Torghatten, curiosa montagna che emerge dal mare e dalle nebbie. Ma salendo ancora a nord lungo la costa ci si avvicina sempre di più al luogo da dove sto scrivendo, le isole Lofoten testimoni di acque terribili, le acque del (Maelstrom). Tra le isole di Moskenes e (Vaeroy ) spesso durante le tempeste, complici le maree, il mare si spalanca sull’abisso con un gorgo mostruoso al quale nulla si può opporre. Il vortice è gigantesco e la sua forza inconcepibile, capace di trascinare a fondo la più grossa delle balene. Fu descritto per la prima volta 2000 anni fa dal viaggiatore greco Pitea e più tardi fu rappresentato come un tremendo mostro marino. Esistono naturalmente diverse leggende al riguardo; alcune parlano di un troll sottomarino che provocherebbe il gorgo con la sola forza dei suoi sbadigli. Un’altra storia riguarda invece le macine magiche del mugnaio Amleto che avevano la capacità di produrre, macinandola, qualsiasi cosa si chiedesse loro. Ma le due trolls che le trafugarono le persero in mare dopo aver loro ordinato di fare sale. Nei giorni di tempesta le macine si rimettono in moto provocando il gorgo, oltre ad essere la causa della salinità delle acque marine. Decido di fare un’escursione a piedi, di salire sul picco scosceso che sovrasta il villaggio. La passeggiata è piacevole, il sentiero molto ben segnato. Nel cielo corrono nuvole bianche come spuma marina strappata alle onde e cupi nembi che a tratti scaricano una pioggia sottile e veloce. In poco più di due ore giungo ad uno spiazzo sufficientemente alto. Mi avvicino al margine per osservare il panorama e resto impietrito attaccato ad un cespuglio. Sotto i miei piedi c’è un salto sulle rocce sottostanti di almeno 400 metri. Tiro un respiro e trovo il modo di sedermi al sicuro con di fronte un panorama incredibile. Dal mare emergono improvvise ed urgenti come nere dita di un gigante di pietra due isole, Moskenes e( Vaeroy). Osservando il mare turbinare velocemente mi viene in mente il racconto di E.A.Poe, "Una discesa nel Maelstrom". Che mi trovi proprio sulla cima da lui descritta? Scrive Poe: "…Mentre l’osservavo, questa corrente acquistò una impressionante velocità, che cresceva ad ogni istante…fino a diventare travolgente: in cinque minuti l’intero mare fino a Vaeroy fu travolto da una furia incontrollabile; ma fu tra Moskenes e la costa che il fragore raggiunse la massima violenza. Qui il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra di loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli, giganteschi vortici, turbinando e precipitando verso oriente con ala velocità di una cascata. Ancora pochi minuti ed ecco un altro radicale mutamento di scena. La superficie si calmò, divenne liscia, sparirono i vortici, mentre comparivano strisce di spuma dove prima non c’erano. Queste strisce si allungarono, si fusero l’una all’altra, fino a formare l’embrione di un ben più vasto vortice. E infatti all’improvviso , questo prese consistenza sotto forma di un cerchio di oltre un miglio di diametro. L’orlo del vortice era formato da una larga fascia di spuma scintillante, ma nemmeno una goccia di tale frangia cadeva nella bocca del terribile imbuto, il cui interno, fin dove arrivava l’occhio, era una parete d’acqua liscia , brillante, nerissima, inclinata a quarantacinque gradi sull’orizzonte, animata da un moto rotatorio ed insieme ondulatorio lungo il perimetro esterno, capace di emettere un suono pauroso, per metà urlo e per metà ruggito, più intenso di quello che sia mai salito al cielo nella sua angoscia dalla possente cascata del Niagara…"Torno ad osservare il mare. Ora comprendo come sia possibile pensare ad un mostro come il serpente (Iormungandr), acerrimo nemico del dio Thòrr, che con le sue spire circonda la terra. E come Giobbe ricordi i maghi che evocavano Leviathan, il drago, per provocare un’eclissi (Giobbe 3:8). Ma Isaia ci rammenta che "…in quel giorno il Signore visiterà con la sua spada dura grande e forte Leviathan, l’agile e tortuoso serpente, e ucciderà il mostro che è nel mare" ( Isaia 27,1 ). Perfino (Iormungandr) muore per mano di Thòrr ma uccidendolo a sua volta nel (Ragnarokkr), il giorno della battaglia finale, il crepuscolo degli dèi. Osservo il mare sottostante agitato con onde lontane ornate di schiuma e mi sorprendo a contarle per cogliere la nona, la più alta, cavalcata da Heimdallr, il protoariete, il dio bianco. Ma non era corso a suonare il corno nella battaglia finale? Il vento aumenta e nuvole nerissime cominciano a scaricare pioggia fitta e fredda. E’ ora di tornare. Domani riparto.

Mauro Dallonda

Se guardassi a lungo nell’abisso anche l’abisso vorrà guardare in te. Edgar Allan Poe

Bibliografia:

Racconti di fantascienza. Di E.A.Poe. Ed. Newton

Edda di Snorri. Ed. Rusconi

La Bibbia

Home of the trolls. Di Eli Ketilsson. Ed. Medusa

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Lofoten Riduci

GUARDA LE FOTO

Salendo in Norvegia: Lofoten.

Le foto riguardano le Lofoten e un fiordo, il Sognefjord, tra i piu lunghi e profondi al mondo, visto che si parla di 1300m. di abisso per non parlare del monte a picco che si vede sullo sfondo , alto altrettanto.

Il viaggio è stato compiuto nel giugno del 2005 in solitaria dal socio Mauro con la mia fida Gertrude (la mia cali) e qui viene trattato solo uno degli aspetti di quel giro meraviglioso che  ha visto Mauro attraversare oltre la Norvegia la parte Sami della Svezia e la Finlandia.
Sono circa 9.000 km (più i traghetti) 3.000 dei quali di Germania e il resto di curve ( compresi ponti incredibili, trafori impensabili, passi eroici e sterrati improvvisi).
"Ho preso acqua, neve, vento, grandine, sole esagerato e di nuovo acqua.
E ho respirato l'aria pulita della libertà  in sella alla mia motoguzzi."

GIULIO CESARE CARCANO

IL GRANDE PROGETTISTA DELLA MOTO GUZZI

CONFERENZA CMAE – AISA

Grand Visconti Palace, Milano - Sabato 26 Novembre 2005

 

 

ALESSANDRO COLOMBO

Il 14 settembre 2005, è scomparso a Mandello del Lario, Giulio Cesare Carcano, grande progettista delle Moto Guzzi da corsa dalla Condor alla Otto cilindri. Fra i tecnici che hanno fatto grande il motociclismo italiano, una posizione di grande rilievo spetta senza dubbio a questo ingegnere, milanese d'origine e mandelliano di adozione, che ha creato alcune delle più interessanti moto da corsa a livello mondiale.

I suoi progetti sono sempre improntati ad una stretta razionalità accompagnata da uno spirito costantemente innovativo ed anticonvenzionale, come è sempre stato nelle progettazioni della Casa di Mandello anche con Carlo Guzzi.

Giulio Carcano nasce a Milano il 20 novembre 1910 e, sempre a Milano, dopo gli studi liceali, si laurea al Politecnico nel 1934. Dopo aver effettuato il servizio militare, entra nel 1936 a far parte dello staff tecnico della Moto Guzzi.

Dopo una prima parentesi nella quale si occupa di moto militari, nel 1938, inizia anche ad interessarsi delle moto da competizione, sia pure limitatamente a quelle costruite per la vendita ai privati, come Condor e Albatros. Non mancano comunque le occasioni per seguire direttamente queste moto sui campi di gara o di cimentarsi in qualche elaborazione particolare con l'aiuto di Carlo Bacchi, il capo della Sala Prova Motori. Una di queste è la Condor con la quale Nello Pagani vince il Circuito del Lario del 1939. Convinto delle possibilità che poteva avere su un tracciato di questo tipo una moto leggera ed affidabile come la Condor, ne prepara una versione alleggerita e potenziata partendo dal modello in vendita al pubblico, con un'appropriata elaborazione del motore e con un impiego nel telaio di parti in lega leggera.

Nell'immediato dopoguerra, il settore "corse" della Moto Guzzi vede un frazionamento delle progettazioni, sia pure sempre sotto il controllo di Carlo Guzzi. Abbiamo infatti la 250 bicilindrica progettata da Antonio Micucci e seguita da lui stesso sui campi di gara, l'evoluzione della bicilindrica e dell'Albatros, seguite da Carlo Guzzi anche se con interventi di Micucci nel 1947 e nel 1948, e di Carcano negli anni successivi, oltre a progettazioni indipendenti di Giulio Carcano, come ad esempio la Gambalunga e la 250 bialbero quattro valvole del 1950.

La Gambalunga mette subito in mostra, nel 1946, la filosofia progettuale di Carcano improntata a quattro imperativi: semplicità, leggerezza, drastica riduzione delle resistenze passive e motori dotati di una buona coppia. Ed è proprio l'ultimo di questi imperativi che lo porta a rinunciare al dimensionamento superquadro del motore con 88 mm di alesaggio e 82 mm di corsa che accompagna le 500 della Moto Guzzi fin dal lontano 1921 per passare ad un dimensionamento a corsa lunga (90 mm contro 84 mm di alesaggio) che darà il nome a questa moto.

Ma il segno più importante dell'originalità progettuale lo troviamo nel veicolo con un'innovativa sospensione a bracci oscillanti che accompagnerà tutte le moto di Carcano fino alla otto cilindri in contrasto contro l'imperante dominio della telescopica.

Leggera (125 kg a vuoto) e maneggevole, la Gambalunga si imporrà in alcune importanti competizioni fino al 1950, anno nel quale vengono adottate ruote da 20" in luogo delle precedenti da 21" e vengono apportate modifiche al freno posteriore ed al forcellone.

Nel 1949, un telaio tipo Gambalunga viene adottato anche sulle 250 dando origine alla Gambalunghino che è ha un passo più corto di 50 mm rispetto a quello della Gambalunga (1420 contro 1470 mm) per la minore lunghezza del motore. La sua adozione è stata caldeggiata da Enrico Lorenzetti, che aveva avuto modo di sperimentarla in alcune corse durante il 1948 e resterà in uso fino alla fine del 1951.

Sempre nel 1949, la sospensione anteriore a bracci oscillanti viene adottata anche sulla bicilindrica, completamente rinnovata anche nelle linee generali, con un particolare comando di tipo coassiale del freno anteriore.

Le formidabili prestazioni del binomio Ambrosini-Benelli portano la Moto Guzzi a cercare nuove vie per migliorare le proprie 250. Una di questa è lo studio, da parte di Giulio Carcano di un motore 250 bialbero a quattro valvole.

Fermo restando il comando della distribuzione con albero parallelo al cilindro e doppie coppie coniche, sulla testa abbiamo una cartella con cinque ingranaggi cilindrici per il comando dei due assi a camme.

Le valvole sono azionate da bicchierini attorno alle molle cilindriche di richiamo e sono interamente in bagno d'olio e disposte simmetricamente con un angolo incluso di 70°. Da segnalare anche l'eliminazione del classico disassamento del cilindro e l'albero a gomiti di tipo Hirth. L'alimentazione è affidata a due carburatori Dell'Orto tipo SS sospesi elasticamente.

Verrà provato a più riprese dal 1950 fino al 1953 con diverse configurazioni di corsa e alesaggio, oltre che con diverse camme e anche con un cambio a cinque marce. In gara, questo motore verrà impiegato in poche occasioni come alternativa al monoalbero, ma senza mettere in mostra una netta superiorità.

Sempre nel 1950, sulla bicilindrica viene introdotto un un motore completamente rinnovato nel manovellismo e nell'alimentazione. Viene anche adottato un nuovo freno anteriore doppio, a quattro ganasce con ancoraggio dei portaceppi tramite due tiranti superiori che portano l'articolazione della forcella ad assumere la geometria di un quadrilatero articolato, diminuendo l'eccessiva reazione antidive in frenata del tipo precedente.

Il 22 giugno 1950, viene inaugurato a Mandello il Tunnel aerodinamico della Moto Guzzi. Ha una sezione circolare del diametro di 2,60 metri e utilizza un motore Fiat d'aviazione da 800 CV a 2000 giri/min. Carcano, che aveva sempre mantenuto una certa distanza da eccessi di aerodinamica "intuitiva", ha così lo strumento indispensabile per un'aerodinamica seria.

Dal 1951, Carlo Guzzi lascia la progettazione delle moto da competizione e la completa responsabilità della gestione del settore a Giulio Carcano, che si avvale come collaboratori di Enrico Cantoni e di Umberto Todero. Si tratta di un anno di transizione, con la bicilindrica giunta alla fine della sua lunga carriera, e sempre nel 1951 Carcano mette in cantiere il progetto di una nuova 250 con motore bialbero a due valvole, che farà il suo ingresso in corsa nel 1953.

Per il momento, si limita a dotare il Gambalunghino destinato alla stagione 1952 di un nuovo telaio, con un grosso tubo superiore che fa anche da serbatoio dell'olio e con il motore che chiuda la parte inferiore e porta le due piastre di attacco del forcellone posteriore.

Sempre nella sospensione posteriore, abbandonate le classiche molle sotto al motore e gli ammortizzatori a frizione, il nuovo telaio ha due classici gruppo di ammortizzatori idraulici con molloni coassiali come sulla maggior parte delle moto del momento.

Il 1952 è anche l'anno della messa a punto della quattro cilindri con motore in linea e trasmissione cardanica progettata per la Moto Guzzi dall'ingegnere Carlo Gianini di Roma in base ad una richiesta fattagli nel 1950 dal dottor Giorgio Parodi. La messa a punto si rivela estremamente laboriosa, sia per la complessità del sistema d'iniezione di benzina che per altre difficoltà relative ad altre parti del motore, oltre che per la particolare tecnica di guida che implica il controllo di coppie trasversali alle quali i piloti che guidano abitualmente moto con trasmissione a catena non sono abituati.

A tutto questo si aggiunge anche l'entrata in gara della bicilindrica NSU Rennmax che, nelle mani di Werner Haas, si rivela subito un osso duro. Per controbatterla, nel 1953 scende in gara la nuova 250 Bialbero con la caratteristica carenatura a becco d'uccello che è il primo frutto tangibile delle ricerche nella galleria del vento. Il motore, contraddistinto dalla sigla D/A, parte dalla base del precedente quattro valvole, ma utilizza molle a spillo esterne ed un castelletto imbullonato alla testa. Le camme agiscono su piattelli collegati a puntalini di piccolo diametro. Come potenza si parla di 28 CV a 8000 giri/min. Alesaggio e corsa sono quelli classici con la corsa aumentata a 68,4 mm per sfruttare al massimo il limite della cilindrata.

Considerato il lungo tempo necessario per la messa a punto della quattro cilindri 500 ed il pericolo NSU nelle 250, che si rivelerà effettivo, Giulio Carcano pensa di affrontare una classe che aveva visto negli ultimi anni un dominio disinteressato delle Case inglesi: la 350, e lo fa innestando sul carter del bialbero un cilindro e una testa monoalbero con la cilindrata aumentata inizialmente a 317 cm3 adottando un alesaggio di 72 mm ed una corsa di 78 mm, ricuperando un albero a gomiti sperimentato in precedenza sul bialbero a quattro valvole. Nel corso dell'anno l'alesaggio viene portato a 75 mm e la cilindrata a 345 cc. La scelta si rivela vincente con la conquista del Campionato mondiale conduttori classe 350 da parte di Fergus Anderson.

Per il 1954, Carcano realizza un nuovo bialbero, ancora con il castelletto in blocco come nella testa del modello a quattro valvole e con un comando delle valvole "tipo Alfa Romeo”, con i piattelli filettati sul gambo delle valvole.

Già durante l'annata alesaggio e corsa passano da 68 x 68,4 mm a 70 x 64,8 mm per poter montare valvole più grandi, ma l'angolo fra le valvole è sempre contenuto per avere una buona camera di combustione. Questo motore è importante perché sullo stesso carter vengono realizzati anche il 350 con 75 mm di alesaggio e 79 mm di corsa, ed un 500 nelle classiche misure 88 x 82 mm. Infatti, per la quattro cilindri dell'ingegnere Gianini il 1954 sarà l'ultimo anno di gare.

Il 1954 è anche l'anno di adozione della carenature a campana, introdotte per la prima volta proprio dalla Moto Guzzi e subito imitate dalle Case concorrenti, con l'impiego, in qualche caso, anche di carenature integrali. Con le carenature a campana scompaiono i classici serbatoi che vengono sostituiti da elementi collocati in posizione più bassa.

Con le monocilindriche del 1954, Carcano ha realizzato il suo ideale rappresentato da una monocilindrica agile, dotata di un motore con una buona coppia, ben carenata e con ridotte sezioni di pneumatici per la riduzione delle resistenze al rotolamento e con una carenatura efficiente per la riduzione della resistenza dell'aria e i successi nelle gare del mondiale 350 stanno a dimostrare che l'idea è buona.

Ma nelle 500, le pluricilindriche, Gilera in particolare, hanno imparato a difendersi bene anche sul misto e sul diritto, una volta che hanno adottato anche loro le carenature a campana, non hanno difficoltà ad imporre la maggiore potenza.

Non bisogna infatti dimenticare che i tracciati di allora comprendevano spesso lunghi rettifili e che, comunque, a parte qualche tracciato come quello di Montjuich a Barcellona, i tratti di misto erano abbastanza limitati. Si impone quindi per Giulio Carcano nel 1955 una scelta diversa per raggiungere la competitività nelle 500 e, essendo ovvio come per il motore sia necessario un frazionamento della cilindrata, piuttosto che inserirsi in ritardo in una lotta fra unità a quattro cilindri, punta ad un nuovo traguardo impostando un otto cilindri.

Le necessità di compattezza impongono due scelte: il raffreddamento ad acqua e la disposizione a V. Purtroppo, questa nuova via esige i suoi tempi di messa a punto e così, pur avendo la otto cilindri dimostrato in più occasioni le sue possibilità velocistiche, si arriva alla fine del 1956 prima che la moto abbia raggiunto la necessaria affidabilità.

L'unico legame fra la V8 e le Moto Guzzi del passato lo troviamo nel rapporto alesaggio/corsa con valori di 44 e 41 mm che sono esattamente la metà di quelli della monociclindriche 500. Le valvole sono disposte secondo un angolo particolarmente chiuso (58°) sempre nell'intento di avere camere di combustione efficienti.

L'albero a gomiti iniziale ha le manovelle a 180°, ma già alla fine del 1955 viene disegnata una soluzione con manovelle a 90°. Il cambio è a sei marce e il telaio ha un grosso tubo superiore con strutture tubolari aggiuntive mentre il forcellone è ancorato direttamente sul carter motore. La forcella anteriore, sempre del tipo a bracci spinti, ha ora i gruppi molla-ammortizzattore esterni e la stessa soluzione verrà adottata anche sulle monocilindriche.

Le ruote sono da 20" con gli stessi pneumatici delle monocilindriche (2,75" all'anteriore e 3,00" al posteriore).Il peso iniziale a vuoto è di 148 chili con carenatura completa e di 144 con carenatura a delfino.

La moto scende in pista nel 1956 mettendo in mostra problemi di affidabilità. Nelle sosta invernale, sotto la guida di Bill Lomas vengono compiute molte prove, soprattutto per l'albero motore e alla fine viene adottata una versione tipo Hirth con manovelle a 90°.

Sempre nel 1956, viene modificata la distribuzione delle monocilindriche bialbero 350 adottando un comando con bicchierini in luogo del precedente con piattelli filettati sul gambo delle valvole.

Il 1957, l'anno che avrebbe dovuto dare i frutti sperati, è per la Moto Guzzi un anno di tribolazioni per i molti incidenti dei quali sono vittime i suoi piloti: Lomas e Colnago cadono ad Imola e l'inglese cade di nuovo al suo rientro in Olanda. Anche Dale cade in prova in Olanda, mentre Campbell cade in prova a Monza prima del G.P. delle Nazioni. Così le sole vittorie della otto cilindri rimangono quelle di Colnago a Siracusa nella prima prova del Campionato Italiano e quella di Dale a Imola nella Coppa d'Oro Shell.

Nell'inverno 1956-57 vengono fatti i disegni per la prova di un motore a quattro cilindri 350 che utilizzi solo la bancata anteriore dell'otto cilindri con un'alesaggio di 49 mm ed una corsa di 46,3 mm.

È stato anche disegnato e provato a Monza sul telaio della 500 anche un otto cilindri 350 con alesaggio di 39 mm e corsa di 36,6 mm. In parallelo, Carcano non ha abbandonato la sua idea della moto semplice ed efficiente e ne ha raccolto i frutti nella classe 350.

Nel 1957, dopo i Mondiali degli anni precedenti, realizza una nuova monocilindrica che pesa meno di 100 chili. Per raggiungere questo risultato ricorre a un carter in electron ed alla testa monoalbero opportunamente aggiornata.

Con una moto di questo tipo, alternata a seconda delle gare con la bialbero, Keith Campbell conquista il Mondiale Conduttori della classe 350 davanti alle quattro cilindri Gilera di Liberati e di Mc Intyre.

Sempre nel 1957 il comando valvole con bicchierini viene esteso anche alle monocilindriche 500 e viene disegnato anche un monocilindrico monoalbero 500 a corsa lunga (84 x 90) che non fa in tempo ad essere utilizzato in gara. Verrà affidato in seguito al pilota bresciano Adelmo Mandolini e verrà utilizzato negli anni successivi dal figlio Giuseppe.  A settembre del 1957, a Modena, nell'ultima gara del Campionato Italiano, a Carcano, che si domandava come mai non fosse presente la Gilera, viene detto da Mandello che anche la Moto Guzzi ha deciso il suo ritiro dalle competizioni. È un duro colpo per una persona che aveva dedicato più di vent'anni a questa attività e che ne aveva fatto la sua passione e, nonostante la seguente nomina a Direttore Tecnico della Moto Guzzi, accusa il colpo.

La fine degli anni Cinquanta non è uno dei momenti più favorevole per l'industria motociclistica italiana e la Società è in cerca di possibili integrazioni con altri prodotti. Uno di questi, dei quali Carcano inizia ad occuparsi negli anni Sessanta è un motore a V raffreddato ad aria che potrebbe sostituire quello della Fiat 500 in una versione sportiva della piccola vetturetta. La prima versione di questo motore viene disegnata nel 1958 ed ha la distribuzione con due valvole in testa parallele ed inclinate di 12° sulla verticale.

La seconda versione, sviluppata in parallelo con il motore destinato al veicolo militare "3 x 3" sviluppato dalla Moto Guzzi per le Forze Armate, ha la distribuzione a valvole inclinate. La terza ha una ciliondrata di 600 cm3 e raggiunge una potenza massima di 32 CV contro i 27 della versione 500.

Nel complesso, il motore si rivela subito più che idoneo allo scopo, ma la Fiat, dopo un interesse iniziale, non dà alcun seguito alla cosa. Quello per le forza armate è stato prodotto in un numero abbastanza limitato perché la commessa non aveva avuto un grande seguito per il costo troppo elevato del veicolo. 

Nel 1963, si pensa a ricavare dal motore per la 500 Fiat un motore da montare su una moto pure destinata inizialmente ai militari. È la nascita della V7 e del motore che ancora oggi, pur con varianti ed aggiornamenti, costituisce la base delle produzioni della Moto Guzzi. Nel 1966, dopo il cambiamento di proprietà, Giulio Carcano lascia la Società alla quale ha dedicato trent'anni di passione.

La sua seconda grande passione è quella delle barche a vela e, dopo aver lasciato al Moto Guzzi, apre uno studio tecnico per la progettazione di barche a vela da regata. Nascono così la "Villanella" vincitrice del Mondiale della categoria "Two Tons" nel 1970 e la "Vihuela", scelta in quello stesso anno per la partecipazione alla Admirals Cup, oltre, naturalmente, ad altre meno impegnative per regate sui laghi.

Questa attività è durata per dieci anni, poi si è interrotta. Mi diceva lo stesso Carcano: "Volevo progettare soprattutto barche che piacessero a me e mi era difficile piegarmi ai desideri dei committenti".

Dagli anni Ottanta, viveva tranquillo a Mandello nella sua casetta in riva al lago. Quando veniva invitato a ricordare gli anni dei suoi successi lo faceva inizialmente con una certa riluttanza, poi il ricordo delle persone che avevano collaborato con lui e quello dei piloti, più che quello delle moto, lo portavano a sciogliersi ed a far rivivere, come solo sa chi li ha vissuti, gli eventi ed il clima delle corse di tanti anni fa.

 

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immagini Riduci
norvegia
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anima maledetta di un biker Riduci

salvo.jpg

"Anima maledetta di un Biker"
Nei bar, in discoteca, e nei peggio bordelli, nel fango,sui marciapiedi, sotto i ponti, in paesi stranieri, sulla strada, nelle caverne i motociclisti sono sempre al verde.

Le madri cercano di dimenticarli e le mogli di avvicinarlì e Dio a volte li chiama.

Essi sono grinta e tenacia, a volte barcollano ma non mollano, orgoglio su due ruote, dignità e coraggio di chi ama ma non vuole essere amato, e' armonia nel movimento, il tutto spessoaccompagnato da birra, sesso e buon vino.

Il Motociclista ha la grazia di un'aquila, la tenacia di una volpe, i racconti di un marinaio , la classe di un pirata e la sincerità di un casanova.
Gli piace sentire il vento nei capelli, I moscerini sui denti, ama tutte le bevande alcoliche, le femmine e i femminielli, adora la sua moto e tollera quella degli altri.

Non gli piacciono le segreterie telefoniche e i navigatori satellitari, non amano farsi il bagno ma la doccia, l'alzarsi presto, le ossa rotte e la gente che vuole fargli togliere il giubbotto di pelle e che gli rompe le palle.
Il motociclista e' una creatura fantastica,unica e straordinaria, dopo aver assaggiato l'asfalto e ripreso la tua moto ti puoi considerare di essere un motociclista. Puoi chiuderlo fuori casa, ma non potrai mai fermarlo o dimenticarlo, ma se proprio non riesci piu' a rintracciare, quell'anima vagabonda e  dannata, non disperare.
lui è già in cerca di te.
Salvo

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Collenberg Riduci

                            

 

Uno degli slogan coniati dalla Guzzi recita "un mondo di amici" e possedere una moto che porta tale nome ed essere parte di un club, che anch'esso porta tale nome è una esperienza davvero unica.

Come da qualche anno a questa parte, il club organizza le ferie di agosto a bordo delle nostre moto e come da passati anni, alcuni di noi si sono mossi da Rimini alla volta di Collenberg am Main,un piccolo paese della Baviera affacciato sul fiume Meno, dove ormai, da parecchio tempo, un gruppo di appassionati dello storico Marchio Italiano organizzano un'evento davvero importante che raccoglie centauri fedeli all'Aquila di Mandello da tutta Europa.

Partiamo di buon'ora da Rimini Nord,quest'anno siamo in tre,Io, Ivan, con la mia California EV,Alberto con la sua Griso e Guido con una Triumph,imbocchiamo l'autostrada, e via alla volta del Brennero.

Il nastro di asfalto scorre veloce sotto le nostre ruote ed il motore docile e sicuro accompagna la mia mente, che pensa già alla sera quando saremo fra gli amici tedeschi.

Nelle pause per il rifornimento ci stiracchiamo un poco e ci concediamo del caffè per sostenerci durante la marcia.

In prossimità del passo del Brennero facciamo un'altra pausa con un caffè espresso e approfittiamo per acquistare la vignette per il transito autostradale in territorio Austriaco,fa veramente freddo anche se siamo in agosto,le nuvole davanti a noi non promettono bene ma abbiamo dalle nostra lo spirito di avventura e non ci facciamo di certo scoraggiare.

Poi via di nuovo,a cavallo dell'Aquila che di qui a poco chiameremo "adler" visto il cambio di lingua,tutto bene e le nostre moto non chiedono altro che chilometri da macinare,Dio mio che bello viaggiare in compagnia di una Guzzi,una fedele amante da cui attingere emozioni......

E' ormai pomeriggio e siamo in prossimità di Wurzburg,la pioggia ci ha appena lambito,giusto per donarci il più classico dei dispetti,farci fermare per mettere la tuta per poi smettere di venire giù,anche questo fa parte dell'avventura.Manca ancora poco,poi eccola lì,l'uscita numero 65,lasciamo l'autostrada e ci immettiamo nelle strade che scorrono in mezzo ai boschi,Wertheim e a breve Collenberg. L'arrivo dagli amici "Kupferpaste" è sempre una festa,pacche sulle spalle e gente che ti saluta, come se ti avesse sempre conosciuto,cerchiamo un posto per le moto e le tende,qua ha smesso di piovere da poco, ma noi abbiamo portato il sereno e per i prossimi giorni non cadrà una goccia su questa festa.

Piantiamo le tende in una moltitudine di altre e ovunque ci circonda il marchio di Mandello a testimoniare quanto in questo posto sia sentito lo spirito di amicizia e l'orgoglio di possere una Guzzi.

Qua c'è davvero di tutto e di tutti,Padre che guida un sidecar coi bambini nella carrozzetta e Madre appresso con una 850 livrea polizia italiana,moto con rimorchio e anche modelli storici,pure degli Ercole provenienti dall'Italia,che viaggio!!!!

L'accoglienza è sempre calorosa e un bicchierino di grappa di benvenuto è una consuetudine molto gradita da chi firma l'albo delle presenze.

Loro ci accolgono con la loro grappa e birra servita in maniera originale ed io offro la mia di grappa che è molto apprezzata dagli amici teutonici.

E' un'attimo e subito ci si sente fra amici,ovunque c'è il tricolore italiano e modelli Guzzi alloggiati in alto fanno mostra di sè ed animano discussioni fra i presenti.

Lo spirito di gruppo di questo club tedesco è davvero grandioso e tutti lavorano con serietà divertendosi per la riuscita di questo evento.

Ci sono tutti gli ingredienti di una festa ben riuscita,cibo,birra,musica,persone,moto,il tutto sotto le ali dell'aquila di Mandello, che da queste parti vola fiera.

Nella mattinata del sabato un traghetto ci porta a Wertheim navigando sul Meno fra cigni,anatre e chiuse....fa un certo effetto vedere un traghetto colmo di festanti guzzisti!

Il concerto della sera fa ballare la gente e si parla dei viaggi con le mitiche Guzzi,fuori il fuoco arde fino a tarda notte.

E' ora di congedarci,ormai è tardi e alla mattina ci attendono i chilometri verso casa.

Al risveglio una frugale colazione,ringraziamo ancora gli amici della "pasta di rame" e via a cavallo delle nostre moto,arrivederci al prossimo anno Collenberg.

In prossimità di Monaco di Baviera saluto gli amici Alberto e Guido e mi separo prendendo la direzione Landshut,nell'amata Baviera,passo in prossimità di Vilsbiburgh, Altoetting,nella magnifica Burghausen col suo maestoso castello,sono strade che conosco ed ovunque la mia California fa voltare la gente,c'è persino chi ai semafori, anziché, attraversare si ferma ad osservarla,che fascino una Guzzi,sebbene i territori siano incantevoli ed i numerosi biergarten invitino ad una pausa promettendo refrigerio e birra il mio obiettivo ora è un'altro,vi sarà occasione in un prossimo viaggio per fermarmi.

Sono ormai in Austria,la mia mèta è il lago di Bled, in Slovenia,lì ad aspettarmi ci sono altri appartenenti al nostro club;i chilometri passano e la stanchezza si fa sentire mitigata però dalla buona posizione di guida e dalla immensa sicurezza che una California dona a chi la conduce.

Passo il karawankentunnel e poi eccomi in Slovenia dagli amici guzzisti,anche qui aria di festa e queste ferie in moto mettono allegria a tutti,i posti sono molto belli e fra un tornante e l'alto ci fermiamo in un posticino scovato da Cristian andato in avanscoperta,quale motociclista non sognerebbe una pausa del genere?

Anche qui il tempo trascorre in allegria con i ragazzi del club e due giorni volano letteralmente, ma ormai il mio tempo per le ferie è scaduto,rimetto armi e bagagli a bordo della California,saluto tutti e mi involo verso l'Italia,come sempre la fidata moto si lascia condurre con estrema dolcezza fra i tornanti ed i paesaggi sloveni,Kranjska Gora è passata ed ora è la volta di Tarvisio.Qui prendo l'autostrada che mi porterà a casa,arrivo nel pomeriggio,metto la moto in garage e guardo il contachilometri,quasi 2500 chilometri,tolgo borse e valigia e prima di chiudere la porta e spegnere la luce guardo ancora la mia California....grazie piccola mia,insieme ci siamo divertiti,a domani.

 

Ivan Rossi

MGWC Rimini

 

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STELVIO E V7 CLASSIC: LE NOVITA' DEL 2008

Alla 65a edizione della rassegna internazionale milanese Moto Guzzi presenta l'attesissima Stelvio e lancia, a sorpresa, la nuova V7 classic.

Alla 65° edizione dell’EICMA Moto Guzzi dedica le pedane principali della sua esposizione alla Stelvio e alla V7 Classic, due nuovi modelli che completano il processo di rinnovamento della gamma intrapreso sotto la gestione del Gruppo Piaggio.
Con l’attesissima Stelvio, spinta dal generoso motore "quattrovalvole",  Moto Guzzi mette a segno la risposta italiana al concetto di maxi-enduro stradale, attraverso un modello dalla forte carica emotiva, sottolineata da soluzioni tecniche e stilistiche che si pongono come nuovo riferimento della categoria. Un progetto, quello della moto a 360°, che Moto Guzzi ha sviluppato attraverso una nuova configurazione del motore “Quattrovalvole”, rinnovato nell’impianto di scarico accordato ad un nuovo set-up sull’iniezione e sull’aspirazione, che pur mantenendo il valore della potenza sopra il tetto dei 100 CV, ha reso l’erogazione più morbida e regolare ai bassi e medi regimi.
Il propulsore funge anche da elemento portante del nuovo telaio tubolare, una struttura in acciaio ad alto limite di snervamento, rinforzata nella zona del canotto di sterzo e nei quattro punti d’attacco motore.
Snella nella vista laterale, rastremata nella zona centrale del telaio, la maxi-enduro di Mandello è tra le più compatte moto del suo segmento ed introduce numerose soluzioni e dotazioni tecniche inedite.
Tra queste sono da rimarcare le inedite ruote a raggi tubeless, dalla finitura anodizzata, la forcella anteriore upside-down con steli ø 50 mm, dotata di supporti pinze freno radiali e il corposo silenziatore in alluminio satinato. Inoltre il pilota può contare su una sella registrabile su tre diverse altezze, regolare il parabrezza e stivare piccoli oggetti nel vano porta oggetti, ricavato a lato del serbatoio, con apertura azionabile dal manubrio.

Sotto il profilo stilistico, la Stelvio si rende immediatamente riconoscibile nel panorama della maxi enduro, per il caratteristico frontale, dominato da due potenti fari circolari incastonati in un cupolino che si raccorda con il capiente serbatoio dalla forma piramidale. Commercializzata entro la fine dell'anno nelle soluzioni cromatiche bianca, rossa e nera, la Stelvio sarà disponibile, anche nella versione dotata di ABS.
Con la V7 Classic, Moto Guzzi coglie un duplice obiettivo: celebrare i 40 anni dalla nascita della prima maxi moto italiana, creata da Giulio Cesare Carcano e rispondere ad una sempre più sostenuta domanda di moto sobrie dallo stile classico, raffinatamente retrò.
Fin dal primo sguardo la V7 Classic riporta la memoria alla fine degli anni sessanta, epoca dove le moto esprimevano una bellezza essenziale, frutto di linee semplici e rettilinee esaltate da fregi e cromature.
La V7 Classic è un mix di linguaggio tra le varie V7, dalla sontuosa Special, che ricalca nella cromia e nei fregi, alla Sport, che ne ispirato il serbatoio. Sono elementi simbolo di un’epoca che completati da dettagli, quali le ruote a raggi, i silenziatori a sigaro e la piatta sella trapuntata, rendono omaggio ad uno stile che unisce uno dei più felici esempi di design italiano degli anni ’60 e ‘70 con la tecnologia e la filosofia progettuale del presente. Questo si esprime attraverso un moderno telaio a doppia culla, un motore da 750cc alimentato ad iniezione con gestione tramite centralina elettronica e tanti dettagli comuni ai più recenti modelli della gamma Moto Guzzi. Disponibile a partire dalla prossima primavera, la V7 Classic si colloca nella fascia entry level della gamma, affiancando i noti modelli Breva e Nevada 750. La rassegna milanese sarà per molti anche la prima occasione per vedere dal vivo le recentissime Griso 8V, disponibile anche nel classico colore rosso, e la naked turistica Breva V1200.
Tra le altre moto in gamma, la Norge, best seller della gamma Moto Guzzi, è quella che nel  Model Year 2008 riceve il maggior numero di aggiornamenti. In particolare il propulsore sarà dotato di una nuova frizione monodisco, ereditata dal propulsore “Quattrovalvole”, oltre ad alcune modifiche di dettaglio, quali la grafica della strumentazione, una taratura più equilibrata delle sospensioni e il nuovo cavalletto di stazionamento che ne aumenta la luce da terra nella conduzione in curva.
La California Vintage, oltre al classico colore nero, sarà disponibile anche nell’affascinante bianco perlato, che ha conquistato la star di Hollywood Ewan MC Gregor. Anche per la Bellagio è stato allestita una nuova variante cromatica, che introduce un elegante bicolore tono su tono in contrasto con la finitura cromata delle protezioni telaio e motore mentre la 1200 Sport riceve un nuovo manubrio di diversa conformazione che modifica sensibilmente la posizione di guida.

 

STELVIO

Con la nuova Moto Guzzi Stelvio giunge a compimento il rinnovamento di una gamma che in poco più di 24 mesi ha riportato ai fasti del passato il leggendario marchio dell’Aquila. Quello che mancava e che il pubblico ha atteso con impazienza, oggi prende le forme di una moto totale, risposta italiana al concetto di maxi-enduro polivalente, in grado di adattarsi ad ogni percorso per restituire il piacere di una guida a 360°.

Uno moto con queste caratteristiche non poteva essere una declinazione di modelli preesistenti, ma il risultato di un progetto totalmente inedito, frutto di un lungo lavoro di ricerca e sviluppo, svolto su ogni tracciato, con piloti dalle caratteristiche più diverse e nelle condizioni d’utilizzo più disparate. Moto Guzzi ha intrapreso questa sfida partendo da un elemento d’eccellenza: il nuovo motore “Quattrovalvole”.
Reso docile e vigoroso a regimi medio–bassi, il bicilindrico trasversale monoalbero a camma rialzata, è incastonato in un inedito telaio tubolare caratterizzato da quella essenzialità e snellezza che sorprenderà anche gli specialisti della guida in fuoristrada. Piloti che apprezzeranno le capacità d’assorbimento della forcella upside-down con steli da 50ø mm e la trazione offerta dall’azione combinata del monobraccio posteriore ad articolazione progressiva unita all’universalmente apprezzata trasmissione finale a cardano reattivo compatto CA.R.C.

Se la predisposizione della Stelvio per i tracciati più insidiosi e a scarsa aderenza emerge dalle caratteristiche del telaio, dal contenimento delle masse e dalla sua equilibrata ripartizione, la sua vocazione al turismo stradale è sottolineata da molti dettagli pensati e sviluppati per l’uso quotidiano. Parabrezza e sella sono regolabili, i supporti per le borse laterali sono di serie, la porzione di sella destinata al passeggero è decisamente sontuosa, per dimensioni e foggia. Non manca, ricavato a lato del gruppo integrato serbatoio-cupolino, un vano portaoggetti azionabile direttamente da un comando posto sul manubrio. Sono questi piccoli ma importanti dettagli che completano il piacere di essere alla guida di una moto da oltre 100 CV, capace di poderose riprese nel sottofondo acustico di un sound inimitabile, avvolti nella sicurezza offerta da un potente impianto frenante con pinze a doppio pistone parallelo a disposizione radiale. Oltre alle prestazioni e ai contenuti tecnologici, nella maxi-enduro di casa Moto Guzzi vi è un altro fondamentale parametro che la distingue dalla concorrenza: la sua bellezza. La Moto Guzzi Stelvio seduce con lo sguardo del suo frontale e con la snellezza di un corpo scolpito ad arte, vestito di un elegante bianco o di un aggressivo rosso Guzzi, che esalta la finitura anodizzata delle preziose ruote a raggi tubeless.

 

V7 CLASSIC

Nel 1967 il mercato motociclistico fu scosso dall’apparizione della prima maxi moto italiana: era nata la Moto Guzzi V7. Sintesi del genio di Giulio Cesare Carcano, la V7 segnò il debutto del bicilindrico trasversale a V di 90° dotato di una cilindrata di ben 703cc, valore record per l’epoca. Accolta con straordinario successo di critica e di pubblico, la V7 ha promosso l’immagine del marchio nel mondo, attraverso la fama di una moto di prestigio, confortevole ed elegante oltre che affidabilissima. Per molti proprietari è stata l’espressione di una parte importante della loro vita, quella legata ai ricordi di gioventù, di viaggi e amicizie, in un periodo storico tra i più fulgidi del marchio. Quaranta anni più tardi, questo passato positivo, complice il periodo di pieno rilancio del marchio, ha fatto scoccare la scintilla creativa della nuova V7 Classic. Una moto di forte carica emotiva, che nasce dall’interpretazione di un concetto di bellezza essenziale, riconducibile allo stile della V7 delle origini, ma con tutta la moderna tecnologia ignota alla leggendaria antenata.

Moderna nella dotazione tecnica, nella ciclistica e nel propulsore Euro3 da 750cc, la V7 Classic riporta la memoria alla fine degli anni sessanta attraverso le linee del serbatoio, che corre stretto ed affusolato lungo i tubi del telaio per congiungersi con la sella, perfettamente piatta e solidale al parafango posteriore. Non mancano i fianchetti laterali portaoggetti che completano stilisticamente, come nella celebre progenitrice, la vista laterale della moto.
Il fascino del passato è anche il ritorno di cromature luccicanti, come quelle che identificano l’impianto di scarico, gli ammortizzatori, la fanaleria posteriore, il gruppo ottico anteriore e il confortevole manubrio. Come sulla sua antenata, le ruote sono a raggi e ospitano pneumatici sportivi a spalla alta, mentre la strumentazione è rigorosamente analogica, con grafica d’antan.


Pur con dimensioni più contenute rispetto alle altre Moto Guzzi, la V7 Classic è un invito alla guida con il passeggero, che troverà una sella confortevole, comodi appigli per le mani e una corretta posizione delle pedane. Facile da guidare, istintiva, dà subito confidenza a chi sale in sella. Le dimensioni compatte, la posizione di guida eretta e la gran maneggevolezza sono doti preziose che si fanno apprezzare nel traffico cittadino come sui percorsi misti. Ancor più divertente sarà rispondere alle domande dei curiosi, che chiederanno lumi su questa moto bianca, che sembra proprio una V 7 Special del 1969…

 

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